La storia di Florence

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Il tetto sopra la testa a rischio, che sia una procedura in corso di sfratto o di pignoramento, spesso non è che la punta di un grosso iceberg che in tanti si trascinano dietro nelle periferie della città.

Salta il lavoro, viene diagnosticata una malattia, il compagno o la compagna se ne va, arrivano guai giudiziari da scontare. Per chi non ha riserve non è concesso avere imprevisti. Spesso questi rappresentano l’ultimo colpo che avvia un effetto domino, un peggioramento esponenziale delle già precarie condizioni di vita, fino alla deriva di quell’iceberg di problemi.

Vicissitudini che accomunano molti – si diceva – e che sentiamo quotidianamente dagli uomini e dalle donne con cui decidiamo di lottare, per quanto pensiamo che l’obiettivo sia elaborare percorsi di conflitto comuni, allargare la prospettiva dal personale alla complicità di classe senza necessariamente far emergere la particolare vicenda di qualcuno.

Ci sono tuttavia storie che sono un vero groviglio di rogne e che sono esemplificative della condizione in cui si può finire nell’ambiente urbano dell’atomizzazione, della marginalità e dello sfruttamento. Come la storia capitata in via Casella, nella Barriera, a due passi da piazza Respighi, all’interno di un’intera palazzina che è stata venduta e i cui inquilini sono finiti sotto sfratto nel cambio di proprietà.

Primo elemento “pittoresco”: il nuovo proprietario è il noto Molino.

Florence e la sua famiglia vivono nel condominio e hanno continuato a pagare l’affitto, regalando soldi alla proprietà, nonostante la procedura di sfratto avviata e l’ufficiale già alla porta per incitarli ad abbandonare l’alloggio. Pensavano di assicurarsi del tempo in più perché lei è agli arresti domiciliari, è incinta e ha problemi di documenti, questione quest’ultima che gli ostacola nettamente la possibilità di trovare un nuovo alloggio. Perdere la casa vorrebbe dire per lei andare a finire in carcere accompagnata dal figlio più piccolo che non supera i tre anni, mentre la figlia, poco più grande, sarebbe affidata ai servizi sociali.

A rendere più parossistica la situazione è l’evento accaduto venerdì scorso: quattro giorni prima dell’annunciata data di rinvio dello sfratto, l’ufficiale giudiziario Rosaria De Luca, una che va in giro a sfrattare le persone con un cappotto colorato con dietro scritto “Happy Life”, si è presentata di prima mattina all’appartamento di via Casella. Naturalmente non era sola ma accompagnata dai carabinieri addetti ai controlli nei domiciliari di Florence. Sono loro ad averla minacciata di liberare immediatamente la casa e dopo un diverbio di qualche minuto, un carabiniere l’ha strattonata e percossa. Dopo varie chiamate al padrone di casa, all’avvocato penalista che richiede a Florence di trovare in maniera solerte un altro alloggio, agli assistenti sociali che non hanno niente da offrirle perché è momentaneamente in attesa del rinnovo del permesso di soggiorno e si colloca in un  bug normativo dove nessuna assistenza può iniziare a essere data, l’ufficiale giudiziario ha sottoscritto un rinvio fino al sette del mese prossimo.

Intanto Florence nel pomeriggio del giorno stesso si è recata al pronto soccorso a controllare l’effetto degli urti ricevuti e lo stato della gravidanza. Al termine del controllo ha scoperto che la vita del feto si è fermata, ma già da tre settimane. Non è colpa delle botte del carabiniere, molto probabilmente di un’altra violenza, quella quotidiana: essere chiusa in casa, dover crescere due bambini in reclusione, ricevere lo sfratto, scoprire di aver pagato mesi e mesi inutilmente dato che la procedura per morosità era già a sua insaputa partita, aver scelto di usare i pochi soldi racimolati per pagare l’affitto e non per mangiare meglio, rischiare di finire di nuovo in carcere.

Tutti questi elementi fanno covare una rabbia decisa e non solo per Florence, perché portano davanti agli occhi la guerra a bassa intensità, ma feroce, che colpisce una fascia di popolazione sempre più ampia.

Il 7 novembre, se polizia e ufficiale non dovessero arrivare prima a buttare Florence fuori casa e portarla in carcere, noi saremo sotto casa sua a resistere.